di Alessandro Annunziata
Bruno Arpaia rappresenta una delle ragioni viventi per le quali sentirci fieri di essere ottavianesi.. Questi, infatti, da anni riscatta la nostra comunità, insieme con Michelangelo Ambrosio, Paolo Scudieri, Luigi Tarantino, e tanti altri che silenziosamente e quotidianamente compiono il proprio dovere.
Ha raccolto soddisfazioni personali con libri che parlano di noi, del nostro passato, di politica e non solo. È riuscito nell’ardua impresa di diventare giornalista del «la Repubblica» quando essere nati ad Ottaviano era un fardello pesante da portare. Successivamente, anziché trascurare le sue origini e le esperienze degli anni ’70 all’ombra del Vesuvio, le ha rese protagoniste del pluri-premiato Il passato davanti a noi, vincitore del Premio Napoli e del Premio Letterario Giovanni Comisso 2006.
In quegli anni, essere di sinistra significava esporsi in prima persona; soprattutto, schierarsi apertamente in merito ai problemi locali ed alle grandi tematiche nazionali di allora. Trent’anni dopo, tutto questo ha dato vita ad un bellissimo romanzo sulla Ottaviano dei nostri genitori, quando non esistevano sfumature e tutti erano “rossi” o “neri”. Oggi tutto è cambiato, ci sono fin troppe sfumature (tante quante le menti pensanti) e si è passati da un opposto all’altro: la passione politica si è spenta, in paese ci sono altri interessi e la società italiana è politicamente, culturalmente e da ultimo anche economicamente in declino. La forza, la lungimiranza, qualche volta gli eccessi della meglio gioventù, che ha riportato vittorie di cui, inconsapevolmente, oggi noi tutti godiamo, meritano di essere ricordati, magari per dare una scossa a noi ragazzi. In definitiva, leggere per conoscere e non dimenticare. In una società in cui l’ignoranza dilagante unita al disinteresse globalizzato avanzano in maniera impetuosa ed aiutano i gruppi di potere nella “stanza dei bottoni” a tessere le fila del nostro futuro, i libri di Bruno Arpaia ci offrono continui spunti di riflessione.
Autore, tra gli altri, de I forestieri, Il futuro in punta di piedi, Tempo perso (Premio Hammlett Italia 1997), con L’ angelo della storia ha vinto la Selezione Campiello 2001 ed il Premio Alassio Centolibri - Un autore per l’ Europa 2001.
Abbiamo avuto un piacevole colloquio con il giornalista nostro concittadino, oggi residente a Milano, durante il quale si sono toccati argomenti di grande interesse, senza trascurare il passato che lo lega ad Ottaviano. Le risposte di Bruno Arpaia, soprattutto in ambito politico, non mancheranno di suscitare ulteriori dibattiti. Pertanto, ringraziandolo per il tempo che ci ha dedicato, speriamo di poterlo incontrare di nuovo a breve per riprendere la nostra conversazione, magari all’indomani delle elezioni Amministrative del prossimo Giugno, banco di prova ineludibile per i partiti italiani, alla ricerca chi di consensi, chi di conferme.
Bruno Arpaia, Lei oggi vive a Milano: cosa prova quando torna ad Ottaviano?
«Provo emozione e nostalgia, e trovo amici veri e ricordi a volte piacevolissimi e a volte duri. Trovo le radici, ma provo anche rabbia e impotenza, perché nel disastro generale di questo paese in declino che è l’Italia, il Sud mi sembra affondare sempre più. E Ottaviano, purtroppo, non fa eccezione, anche se mi pare ci sia qualche Amministratore che fa molti sforzi per resistere alla caduta libera. Lo so, è triste dirlo, ma quando ci torno, a parte lodevolissime eccezioni, qualcuno che si dibatte caparbio in mezzo alla palude, il “degrado” mi afferra alla gola. D’accordo: degrado è solo una parola, buona per tutti gli usi, ma per chi ci è nato in mezzo è una specie di imprinting, un colpo d’occhio che impari a riconoscere soltanto quando te ne sei separato. Lo vedo, adesso, nelle strade dissestate, nei cornicioni pericolanti, nel gran traffico di jeep attrezzate come se dovessero traversare le grandi savane, nei
motorini spetazzanti e nei tantissimi giovani senza più un’idea di futuro, nella volgarità invadente di una ricchezza guadagnata male. Visto da fuori, non è un bello spettacolo…»
Ritiene sia migliorato qualcosa da quando, coraggiosamente, anni fa, assunse posizioni molto critiche nei confronti di alcuni politici ottavianesi?
«Qualcosa è migliorato, ma qualcosa è anche peggiorato. Inutile mettersi a fare qui la lista della spesa…»
Perché, secondo Lei, negli Anni ’70, molti ragazzi e ragazze di Ottaviano si sono avvicinati all’ ideologia di sinistra?
«Perché sembrava l’unica possibilità di uscire da un mondo chiuso e ingiusto, che impediva alle ragazze di uscire la sera, che vietava il divorzio, che sfruttava come schiavi i tanti lavoratori e le tante lavoratrici delle piccole fabbriche del paese, perché c'era gente che viveva in case come caverne, senza acqua e senza luce, perché la camorra era annidata in consiglio comunale, perché avevamo voglia di allargare i nostri orizzonti, di uscire dalla palude, eccetera eccetera. Pur con errori e orrori, la sinistra era questa voglia di libertà. E dovrebbe, dico dovrebbe, esserlo ancora adesso.»
Infatti, nel libro Il passato davanti a noi, narra di un “compagno” che oggi circola in BMW. Si riferisce a qualcuno in particolare o è una metafora dell’imborghesimento di alcuni contestatori di allora?
«Non mi riferisco a nessuno in particolare. È una metafora. Ma quello che mi disturba non è la Bmw. È il cinismo, l’opportunismo, la mancanza di dignità di molti che allora sembravano i più pronti a spaccare il mondo per le loro idee. Spesso, era solo moda. E tuttavia c’è tanta, tantissima gente che, segnata per sempre dalle esperienze degli anni Settanta, sottotraccia, senza apparire, continua a tenere viva questa società, a mandare avanti scuole, ospedali, biblioteche tra mille difficoltà, che continua a vivere con dignità. La nostra colpa è stata non essere riusciti a trasmettere quelle esperienze alle generazioni successive, che poi sarebbero state libere di respingerle o accettarle. Invece sono cresciute nel vuoto più totale. E Berlusconi ha bussato alla porta di quel vuoto.»
A conferma di ciò, già in Per una sinistra reazionaria (Marzo 2007) Lei affronta temi scomodi per la sinistra, tra cui l’ incapacità di comunicare e di instaurare un dialogo orizzontale. Quale spiegazione si è dato poi dell’esito delle ultime elezioni politiche, che hanno decretato l’ estromissione dei partiti di sinistra dal Parlamento?
«È un’analisi troppo complessa per essere affrontata in poche parole. Hanno cospirato molti fattori, interni ed esterni alla sinistra: dalle scelte di Veltroni all’incapacità di sentire e rappresentare il paese vero, dalla rinuncia a fare battaglie culturali di vasta portata all’incapacità di elaborare un progetto di sinistra del XXI secolo, staccandosi radicalmente dalle ideologie ottocentesche. Eccetera, eccetera, eccetera.»
Trent’anni fa, i militanti del P.C.I. rifiutavano ogni confronto d’idee con gli esponenti di M.S.I.; pochi mesi fa, Bertinotti, che era tra quelli, si è recato all’“Isola dei famosi”, che rappresenta culturalmente il vuoto accademico, per incoronare il concorrente Luxuria nuovo leader della sinistra. Sono dunque questi i prolet al tempo dei reality?
«Anch’io rimango di sasso di fronte a certi spettacoli, e il pessimismo sulla sinistra aumenta sempre più. Ma va detto che, dal mio punto di vista, bisogna riconoscere a Bertinotti un paio delle svolte più significative e necessarie in direzione di quella sinistra del XXI secolo di cui parlavo prima. Peccato che abbia dovuto vedersela con un arroccamento identitario che, di fronte alle difficoltà, ha spinto molta gente verso l’Ottocento e non in avanti..»
La sua è stata la generazione dell’impegno e del “noi”, la mia quella dell’indifferenza e, soprattutto, dell’“io”. Scorge una possibile via d’ uscita dal regresso e dalla decadenza culturale che sembrano aver irretito il nostro Paese?
«Devo confessare che oggi come oggi sono piuttosto pessimista. Non fosse altro che per un semplice fatto: l’Italia è il paese che meno investe in ricerca e formazione, e che anzi riduce sempre più gli investimenti in questo campo. Ma ricerca e formazione sono il futuro. Noi, già oggi, ci siamo giocati almeno una cinquantina d’anni di futuro. Per questo periodo siamo come fuori gioco rispetto al mondo, perfino rispetto al Ruanda, che investe l’8 per cento del suo povero Pil in ricerca. Come si fa a essere ottimisti? E, del resto, quelli che si sono accorti di questa situazione e la denunciano (per lo più gente di sinistra, fuori dai meccanismi dei partiti) vengono bollati come Cassandre e come Grilli Parlanti: questo è il Paese di Cuccagna, consumate, consumate e tutto si aggiusterà…»
A questo proposito, Beppe Grillo gode del consenso della piazza e di molti giovani che non si riconoscono nel sistema. Demagogia o proposta credibile?
«Beppe Grillo è la risposta populistica (e quindi fondamentalmente non democratica) a dei problemi e delle sensazioni vere. A prima vista, può sembrare bello dire: è tutto un fascio, azzeriamo tutto, politici fuori dalle palle… Ma bisogna saper vedere le piccole differenze, proporre modi di vita e di associazione. Inutile dire: fuori tutti gli indagati dal Parlamento, se poi non si vedono le differenze tra chi è indagato per corruzione e chi è condannato a tre mesi con la condizionale per aver preso parte a una manifestazione in cui si occupavano le case…»
Ampliando un po' il discorso, diverse sono le proposte per uscire dalla crisi economica attuale. Oggi, da persona di sinistra, Lei si sente più vicino a J.M. Keynes che auspica l’ intervento statale nel mercato o a Marx che propone la nazionalizzazione delle imprese?
«Credo che lo Stato, o comunque la politica, debba mettere becco nell’economia. La quale è, o dovrebbe essere, un aspetto della società, e non la sua regina. Solo nella nostra cultura occidentale l’economia si è autonomizzata al punto da dettare le scelte alla società e non viceversa. Non è una situazione “naturale”. Il mercato deve esistere e va rispettato, ma non può dettare e determinare tutte le scelte di una società. Per cui bene l’intervento statale, in alcuni casi. E bene anche le nazionalizzazioni, se servono. Del resto, le hanno invocate Gordon Brown, la Merkel e Obama, non dei pericolosi comunisti. Ciò su cui non transigo è che, alcuni beni, i cosiddetti “beni comuni”, come per esempio l’acqua, non possono essere lasciati nelle mani del mercato e degli speculatori.»
Tornando all’ Italia, Veltroni vittima della nomenklatura; alcuni politici campani, responsabili almeno morali delle condizioni in cui versa la nostra regione, ancora al loro posto. Si riafferma quel modo di far politica contro cui lottavate?
«Onestamente, non credo che Veltroni sia stato vittima della nomenklatura, di cui, del resto, fa parte a pieno titolo. Il suo fallimento è il fallimento di un progetto, quello del partito democratico, nato da una ideuzza di poco spessore, e per di più sbagliata: quella di fare “piazza pulita” a sinistra e di inseguire il centro moderato. Un centro moderato che in realtà in Italia non esiste, come dicono tutte le analisi dei maggiori esperti. Così il PD è stata una fusione a freddo di diverse tradizioni culturali senza una sintesi, con il solo obiettivo di diventare più moderati e meno di sinistra per pescare voti immaginari. Infatti, non ne ha sottratto nemmeno uno al Cavaliere. E il risultato è quello che vediamo: un’opposizione che non esiste, che non sa prendere posizioni decise, che non sa bene cosa fare. Molto triste. E non credo che un qualunque Franceschini, o Bersani, o Letta, possa rimediare a questo vulnus di fondo.»
Lei è stato giornalista de «La Repubblica». Ritiene, come alcuni sostengono, che la libertà di informazione si stia progressivamente riducendo nel nostro Paese?
«Ci sono seri rischi, sì. Anche se continuo a pensare che la vera rivoluzione culturale dovrebbero farla i giornalisti stessi. Tv e carta stampata, nella stragrande maggioranza, non raccontano più il paese, non fanno inchieste, non si occupano di grandi problemi. Vale più una frase di Mastella che migliaia di morti in Darfur. È il sistema dell’informazione nel suo complesso a essere malato. Spero che prima o poi, magari a causa della crisi che sta mettendo al tappeto i quotidiani e i settimanali, i giornalisti stessi trovino una medicina efficace.»
Ci può, infine, fornire qualche anticipazione sul suo prossimo libro e sui suoi prossimi impegni? Troverà ancora spazio Ottaviano tra i suoi scritti?
«Sto tentando di scrivere un romanzo che abbia al centro la fisica, la fisica delle particelle. Sembrerà strano, ma oggi è la cosa che più mi affascina. Perché tenta di rispondere a domande fondamentali ed eterne dell’uomo, non a quelle che potrebbe porre Franceschini o Berlusconi. E poi, come diceva il premio Nobel Isidor Isaac Rabi “è un vero peccato che il grande pubblico non abbia alcuna possibilità di farsi un’idea della grande eccitazione, intellettuale ed emotiva, che accompagna le ricerche nei campi più avanzati della fisica”. È la sfida della conoscenza, del sapere, della ricerca. Io sto provando a dare un’idea di tutto questo al grande pubblico. Non è detto che ci riuscirò. È una scommessa difficile e impegnativa.»
Bruno Arpaia rappresenta una delle ragioni viventi per le quali sentirci fieri di essere ottavianesi.. Questi, infatti, da anni riscatta la nostra comunità, insieme con Michelangelo Ambrosio, Paolo Scudieri, Luigi Tarantino, e tanti altri che silenziosamente e quotidianamente compiono il proprio dovere.
Ha raccolto soddisfazioni personali con libri che parlano di noi, del nostro passato, di politica e non solo. È riuscito nell’ardua impresa di diventare giornalista del «la Repubblica» quando essere nati ad Ottaviano era un fardello pesante da portare. Successivamente, anziché trascurare le sue origini e le esperienze degli anni ’70 all’ombra del Vesuvio, le ha rese protagoniste del pluri-premiato Il passato davanti a noi, vincitore del Premio Napoli e del Premio Letterario Giovanni Comisso 2006.
In quegli anni, essere di sinistra significava esporsi in prima persona; soprattutto, schierarsi apertamente in merito ai problemi locali ed alle grandi tematiche nazionali di allora. Trent’anni dopo, tutto questo ha dato vita ad un bellissimo romanzo sulla Ottaviano dei nostri genitori, quando non esistevano sfumature e tutti erano “rossi” o “neri”. Oggi tutto è cambiato, ci sono fin troppe sfumature (tante quante le menti pensanti) e si è passati da un opposto all’altro: la passione politica si è spenta, in paese ci sono altri interessi e la società italiana è politicamente, culturalmente e da ultimo anche economicamente in declino. La forza, la lungimiranza, qualche volta gli eccessi della meglio gioventù, che ha riportato vittorie di cui, inconsapevolmente, oggi noi tutti godiamo, meritano di essere ricordati, magari per dare una scossa a noi ragazzi. In definitiva, leggere per conoscere e non dimenticare. In una società in cui l’ignoranza dilagante unita al disinteresse globalizzato avanzano in maniera impetuosa ed aiutano i gruppi di potere nella “stanza dei bottoni” a tessere le fila del nostro futuro, i libri di Bruno Arpaia ci offrono continui spunti di riflessione.
Autore, tra gli altri, de I forestieri, Il futuro in punta di piedi, Tempo perso (Premio Hammlett Italia 1997), con L’ angelo della storia ha vinto la Selezione Campiello 2001 ed il Premio Alassio Centolibri - Un autore per l’ Europa 2001.
Abbiamo avuto un piacevole colloquio con il giornalista nostro concittadino, oggi residente a Milano, durante il quale si sono toccati argomenti di grande interesse, senza trascurare il passato che lo lega ad Ottaviano. Le risposte di Bruno Arpaia, soprattutto in ambito politico, non mancheranno di suscitare ulteriori dibattiti. Pertanto, ringraziandolo per il tempo che ci ha dedicato, speriamo di poterlo incontrare di nuovo a breve per riprendere la nostra conversazione, magari all’indomani delle elezioni Amministrative del prossimo Giugno, banco di prova ineludibile per i partiti italiani, alla ricerca chi di consensi, chi di conferme.
Bruno Arpaia, Lei oggi vive a Milano: cosa prova quando torna ad Ottaviano?
«Provo emozione e nostalgia, e trovo amici veri e ricordi a volte piacevolissimi e a volte duri. Trovo le radici, ma provo anche rabbia e impotenza, perché nel disastro generale di questo paese in declino che è l’Italia, il Sud mi sembra affondare sempre più. E Ottaviano, purtroppo, non fa eccezione, anche se mi pare ci sia qualche Amministratore che fa molti sforzi per resistere alla caduta libera. Lo so, è triste dirlo, ma quando ci torno, a parte lodevolissime eccezioni, qualcuno che si dibatte caparbio in mezzo alla palude, il “degrado” mi afferra alla gola. D’accordo: degrado è solo una parola, buona per tutti gli usi, ma per chi ci è nato in mezzo è una specie di imprinting, un colpo d’occhio che impari a riconoscere soltanto quando te ne sei separato. Lo vedo, adesso, nelle strade dissestate, nei cornicioni pericolanti, nel gran traffico di jeep attrezzate come se dovessero traversare le grandi savane, nei
motorini spetazzanti e nei tantissimi giovani senza più un’idea di futuro, nella volgarità invadente di una ricchezza guadagnata male. Visto da fuori, non è un bello spettacolo…»
Ritiene sia migliorato qualcosa da quando, coraggiosamente, anni fa, assunse posizioni molto critiche nei confronti di alcuni politici ottavianesi?
«Qualcosa è migliorato, ma qualcosa è anche peggiorato. Inutile mettersi a fare qui la lista della spesa…»
Perché, secondo Lei, negli Anni ’70, molti ragazzi e ragazze di Ottaviano si sono avvicinati all’ ideologia di sinistra?
«Perché sembrava l’unica possibilità di uscire da un mondo chiuso e ingiusto, che impediva alle ragazze di uscire la sera, che vietava il divorzio, che sfruttava come schiavi i tanti lavoratori e le tante lavoratrici delle piccole fabbriche del paese, perché c'era gente che viveva in case come caverne, senza acqua e senza luce, perché la camorra era annidata in consiglio comunale, perché avevamo voglia di allargare i nostri orizzonti, di uscire dalla palude, eccetera eccetera. Pur con errori e orrori, la sinistra era questa voglia di libertà. E dovrebbe, dico dovrebbe, esserlo ancora adesso.»
Infatti, nel libro Il passato davanti a noi, narra di un “compagno” che oggi circola in BMW. Si riferisce a qualcuno in particolare o è una metafora dell’imborghesimento di alcuni contestatori di allora?
«Non mi riferisco a nessuno in particolare. È una metafora. Ma quello che mi disturba non è la Bmw. È il cinismo, l’opportunismo, la mancanza di dignità di molti che allora sembravano i più pronti a spaccare il mondo per le loro idee. Spesso, era solo moda. E tuttavia c’è tanta, tantissima gente che, segnata per sempre dalle esperienze degli anni Settanta, sottotraccia, senza apparire, continua a tenere viva questa società, a mandare avanti scuole, ospedali, biblioteche tra mille difficoltà, che continua a vivere con dignità. La nostra colpa è stata non essere riusciti a trasmettere quelle esperienze alle generazioni successive, che poi sarebbero state libere di respingerle o accettarle. Invece sono cresciute nel vuoto più totale. E Berlusconi ha bussato alla porta di quel vuoto.»
A conferma di ciò, già in Per una sinistra reazionaria (Marzo 2007) Lei affronta temi scomodi per la sinistra, tra cui l’ incapacità di comunicare e di instaurare un dialogo orizzontale. Quale spiegazione si è dato poi dell’esito delle ultime elezioni politiche, che hanno decretato l’ estromissione dei partiti di sinistra dal Parlamento?
«È un’analisi troppo complessa per essere affrontata in poche parole. Hanno cospirato molti fattori, interni ed esterni alla sinistra: dalle scelte di Veltroni all’incapacità di sentire e rappresentare il paese vero, dalla rinuncia a fare battaglie culturali di vasta portata all’incapacità di elaborare un progetto di sinistra del XXI secolo, staccandosi radicalmente dalle ideologie ottocentesche. Eccetera, eccetera, eccetera.»
Trent’anni fa, i militanti del P.C.I. rifiutavano ogni confronto d’idee con gli esponenti di M.S.I.; pochi mesi fa, Bertinotti, che era tra quelli, si è recato all’“Isola dei famosi”, che rappresenta culturalmente il vuoto accademico, per incoronare il concorrente Luxuria nuovo leader della sinistra. Sono dunque questi i prolet al tempo dei reality?
«Anch’io rimango di sasso di fronte a certi spettacoli, e il pessimismo sulla sinistra aumenta sempre più. Ma va detto che, dal mio punto di vista, bisogna riconoscere a Bertinotti un paio delle svolte più significative e necessarie in direzione di quella sinistra del XXI secolo di cui parlavo prima. Peccato che abbia dovuto vedersela con un arroccamento identitario che, di fronte alle difficoltà, ha spinto molta gente verso l’Ottocento e non in avanti..»
La sua è stata la generazione dell’impegno e del “noi”, la mia quella dell’indifferenza e, soprattutto, dell’“io”. Scorge una possibile via d’ uscita dal regresso e dalla decadenza culturale che sembrano aver irretito il nostro Paese?
«Devo confessare che oggi come oggi sono piuttosto pessimista. Non fosse altro che per un semplice fatto: l’Italia è il paese che meno investe in ricerca e formazione, e che anzi riduce sempre più gli investimenti in questo campo. Ma ricerca e formazione sono il futuro. Noi, già oggi, ci siamo giocati almeno una cinquantina d’anni di futuro. Per questo periodo siamo come fuori gioco rispetto al mondo, perfino rispetto al Ruanda, che investe l’8 per cento del suo povero Pil in ricerca. Come si fa a essere ottimisti? E, del resto, quelli che si sono accorti di questa situazione e la denunciano (per lo più gente di sinistra, fuori dai meccanismi dei partiti) vengono bollati come Cassandre e come Grilli Parlanti: questo è il Paese di Cuccagna, consumate, consumate e tutto si aggiusterà…»
A questo proposito, Beppe Grillo gode del consenso della piazza e di molti giovani che non si riconoscono nel sistema. Demagogia o proposta credibile?
«Beppe Grillo è la risposta populistica (e quindi fondamentalmente non democratica) a dei problemi e delle sensazioni vere. A prima vista, può sembrare bello dire: è tutto un fascio, azzeriamo tutto, politici fuori dalle palle… Ma bisogna saper vedere le piccole differenze, proporre modi di vita e di associazione. Inutile dire: fuori tutti gli indagati dal Parlamento, se poi non si vedono le differenze tra chi è indagato per corruzione e chi è condannato a tre mesi con la condizionale per aver preso parte a una manifestazione in cui si occupavano le case…»
Ampliando un po' il discorso, diverse sono le proposte per uscire dalla crisi economica attuale. Oggi, da persona di sinistra, Lei si sente più vicino a J.M. Keynes che auspica l’ intervento statale nel mercato o a Marx che propone la nazionalizzazione delle imprese?
«Credo che lo Stato, o comunque la politica, debba mettere becco nell’economia. La quale è, o dovrebbe essere, un aspetto della società, e non la sua regina. Solo nella nostra cultura occidentale l’economia si è autonomizzata al punto da dettare le scelte alla società e non viceversa. Non è una situazione “naturale”. Il mercato deve esistere e va rispettato, ma non può dettare e determinare tutte le scelte di una società. Per cui bene l’intervento statale, in alcuni casi. E bene anche le nazionalizzazioni, se servono. Del resto, le hanno invocate Gordon Brown, la Merkel e Obama, non dei pericolosi comunisti. Ciò su cui non transigo è che, alcuni beni, i cosiddetti “beni comuni”, come per esempio l’acqua, non possono essere lasciati nelle mani del mercato e degli speculatori.»
Tornando all’ Italia, Veltroni vittima della nomenklatura; alcuni politici campani, responsabili almeno morali delle condizioni in cui versa la nostra regione, ancora al loro posto. Si riafferma quel modo di far politica contro cui lottavate?
«Onestamente, non credo che Veltroni sia stato vittima della nomenklatura, di cui, del resto, fa parte a pieno titolo. Il suo fallimento è il fallimento di un progetto, quello del partito democratico, nato da una ideuzza di poco spessore, e per di più sbagliata: quella di fare “piazza pulita” a sinistra e di inseguire il centro moderato. Un centro moderato che in realtà in Italia non esiste, come dicono tutte le analisi dei maggiori esperti. Così il PD è stata una fusione a freddo di diverse tradizioni culturali senza una sintesi, con il solo obiettivo di diventare più moderati e meno di sinistra per pescare voti immaginari. Infatti, non ne ha sottratto nemmeno uno al Cavaliere. E il risultato è quello che vediamo: un’opposizione che non esiste, che non sa prendere posizioni decise, che non sa bene cosa fare. Molto triste. E non credo che un qualunque Franceschini, o Bersani, o Letta, possa rimediare a questo vulnus di fondo.»
Lei è stato giornalista de «La Repubblica». Ritiene, come alcuni sostengono, che la libertà di informazione si stia progressivamente riducendo nel nostro Paese?
«Ci sono seri rischi, sì. Anche se continuo a pensare che la vera rivoluzione culturale dovrebbero farla i giornalisti stessi. Tv e carta stampata, nella stragrande maggioranza, non raccontano più il paese, non fanno inchieste, non si occupano di grandi problemi. Vale più una frase di Mastella che migliaia di morti in Darfur. È il sistema dell’informazione nel suo complesso a essere malato. Spero che prima o poi, magari a causa della crisi che sta mettendo al tappeto i quotidiani e i settimanali, i giornalisti stessi trovino una medicina efficace.»
Ci può, infine, fornire qualche anticipazione sul suo prossimo libro e sui suoi prossimi impegni? Troverà ancora spazio Ottaviano tra i suoi scritti?
«Sto tentando di scrivere un romanzo che abbia al centro la fisica, la fisica delle particelle. Sembrerà strano, ma oggi è la cosa che più mi affascina. Perché tenta di rispondere a domande fondamentali ed eterne dell’uomo, non a quelle che potrebbe porre Franceschini o Berlusconi. E poi, come diceva il premio Nobel Isidor Isaac Rabi “è un vero peccato che il grande pubblico non abbia alcuna possibilità di farsi un’idea della grande eccitazione, intellettuale ed emotiva, che accompagna le ricerche nei campi più avanzati della fisica”. È la sfida della conoscenza, del sapere, della ricerca. Io sto provando a dare un’idea di tutto questo al grande pubblico. Non è detto che ci riuscirò. È una scommessa difficile e impegnativa.»


10 Comments:
chiacchierata o intervista? ma come li volete fare i giornalisti?
Davvero una bella intervista. Complimenti al ragazzo che l'ha svolta e alle risposte di Bruno Arpaia.
CONFRONTISTI ORA CHE IL VOSTRO ADORATO SINDACO PERDERà LE PROSSIME ELEZIONI COME FARETE?VI DOVRETE TROVARE UN LAVORO MA UNO DI QUELLI SERI..........HAHAHAHAHAHAHAHHAHA
e che fà? se lo fanno dare da te il lavoro...ah no, tu con i tuoi 30 voti non puoi fare nulla.....giusto
maracaibooooooo mare forze nove, fuggire si ma dove? zazzààà!
Boooooooooooooooooooooooooooh
Questo articolo è molto bello e significativo soprattutto per l'analisi che Arpaia fa della politica italiana in generale e della sinistra in particolare. invece come sempre troviamo commenti dementi volti come al solito a paralre della faziosità del Confronto, a sparalre del sindaco o dei suoi probabili avversari!!! Il passaggio che più mi ha colpito è stato quello del ruolo che ha avuto la sinistra per i giovani che tendevano attraverso essa a liberarsi di quelle che erano i conformismi e le sudditanze criminali dell'epoca. Se analizziamo la situazione di oggi i cambiamenti sono solo formali mentre sostanzialmente viviamo gli stessi problemi dell'epoca. Con un distinguo che Anche Bruno Arpaia fa sul ruolo ormai marginale della politica come leva per il riscatto delle persone e sull'evidente ruolo narcotizzante che l'illusorio benessere ha sulle masse!!! Ormai è chiaro che con questa classe politica di destra e di sinistra a livello nazionale non faremo molta strada, è una classe politica vecchia e senza idee in un momento storico dove le idee dovrebbero prevalere sulle ideologie. Scendere tra la gente, parlare con loro e vivere con loro i problemi servirebbe a far capire ai nostri politici che i problemi non si risolvono con un'elemosina mensile nè con una cubatura in più e nemmeno gridando all'untoreogni volta che il capo del governo parla o fa qualcosa!! E' necessario inervenire struuralmente, favorendo l'accesso al credito a tutte quelle piccole e medie imprese che oggi non riescono ad andare avanti per mancanza di liquidità. E invenstire in ricerca è altrettanto necessario affinchè i nostri prodotti siano sempre all'avanguardi e non far diventare l'italia una piccola cina dove si copia il meglio degli altri... infine un plauso ad Alessandro che con il suo impegno ha redatto un bell'articolo ed un saluto a Brno Arpaia che pur non conoscendo di persona ritengo un uomo ed uno scrittore eccezionale.
M.S.
Ciao ragazzi, approfitto di questo spazio per dirvi che probabilmente ci sarà presto un nuovo incontro con il dott. Bruno Arpaia. Quindi se volete porgli qualche domanda alla luce dell' intervista che ha rilasciato al Confronto, fatemelo sapere tramite commento.
P.S. Grazie 1000 per i complimenti al 2° commentatore ed a M.S. !
W il Confronto
Alessandro Annunziata
Quando leggo un' intervista a Bruno Arpaia non posso non emozionarmi...esattamente come quando ci regalò il libro "Il passato davanti a noi"..come quando vedevo mio padre leggerlo...assorto nei ricordi..pensieroso...talvolta col sorriso sulle labbra...quando leggeva qualche passo ad alta voce e chideva a mia madre se ricordava di quando,mentre aiutavano le ragazze della fabbrica ad occupare(mia madre era una di quelle), si sono conosciuti...
Anche se Bruno Arpaia non condivide il progetto del Partito Democratico..in cui io credo...in cui lavoro ogni giorno cercando di infonderci quanta più passione possibile...non posso non ammettere che il mio amore per la politica viene anche da quei ricordi...da quelli suoi,da quelli di mio padre,e da tanti altri che ho avuto la fortuna di conoscere...non è vero che niente è rimasto...forse siamo di meno..forse ancora non sappiamo farci ascoltare per bene...ma la passione in noi c'è...il desiderio forte e costante nel cambiare quel che proprio non va bene è la costante delle nostre giornate...
Angela Pascale
Sarebbe bello se tornasse lo spirito degli anni'70...migliaia di ragazze e ragazzi disposti ad esporsi in prima persona per urlare forte e chiaro i propri ideali! Probabilmente perchè la maggior parte di quelli che contestavano non aveva secondi fini ed interessi personali da difendere...
Una atmosfera unica, forse irripetibile.
Il 25 Aprile ci ricorda che cambiare si può:
"La Storia siamo NOI"(F.De Gregori)!
Il fuoco della partecipazione che resta vivo sotto le macerie della non-cultura.
Complimenti ad Arpaia ed a voi per l'intervista.
a.b.
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