di Carlo Catapano
Ecco alcune domande che abbiamo posto all'ospite principale della manifestazione di 2 giorni fa.
Delle storie di legalità di cui parla nel suo libro, come quella di Carmelina o di Federico Del Prete, qual è, secondo lei, quella più significativa, che può servire da esempio per tutti noi?
Credo che entrambe siano molto importanti, anche se in modo diverso. Sicuramente quella di Del Prete è una vicenda molto particolare, dal momento che questi sembrava inizialmente nelle indagini uno di “loro”, una persona senza una grande cultura, che aveva anche dei piccoli precedenti penali; quando, però, diviene sindacalista Del Prete decide di difendere realmente i suoi lavoratori, di andare fino in fondo: in questo modo, però, viene a conoscenza del mondo delle estorsioni e diventa quindi un soggetto pericoloso. E la camorra teme soprattutto questo tipo di antimafia, che parte dal basso e mina le basi sociali sulle quali essa si fonda. Quindi, la storia di Del Prete è importante proprio per il ruolo che questi aveva in quel preciso contesto.
Credo che entrambe siano molto importanti, anche se in modo diverso. Sicuramente quella di Del Prete è una vicenda molto particolare, dal momento che questi sembrava inizialmente nelle indagini uno di “loro”, una persona senza una grande cultura, che aveva anche dei piccoli precedenti penali; quando, però, diviene sindacalista Del Prete decide di difendere realmente i suoi lavoratori, di andare fino in fondo: in questo modo, però, viene a conoscenza del mondo delle estorsioni e diventa quindi un soggetto pericoloso. E la camorra teme soprattutto questo tipo di antimafia, che parte dal basso e mina le basi sociali sulle quali essa si fonda. Quindi, la storia di Del Prete è importante proprio per il ruolo che questi aveva in quel preciso contesto.
La vicenda di Carmelina, invece, è la dimostrazione dell’impegno civile di una persona qualsiasi. È comunque molto importante, ma sotto un altro aspetto, perché riguarda tutti noi più da vicino: in effetti Carmelina è un normale cittadino, come voi o come me, che si trova di fronte ad una scelta e decide di seguire la strada della legalità.
Nel libro Lei accenna più volte ai cambiamenti avvenuti nel corso degli anni all’interno della magistratura, nella sua organizzazione e nelle sue priorità. Anche alla luce delle ultime decisioni del governo, ci può dire concretamente in che modo sono cambiati il lavoro della magistratura e gli strumenti a disposizione dei magistrati nella lotta alle mafie?
Io ritengo che il primo cambiamento, forse il più importante, ci sia stato dal punto di vista culturale; nel senso che la magistratura è entrata nell’idea che la lotta alla mafia sia una priorità. Poi dopo siamo stati forniti anche degli strumenti legislativi.
Per quanto riguarda i fatti degli ultimi giorni, a mio giudizio, si corre il rischio che dopo l’interesse momentaneo dei media, i magistrati si ritrovino con un nulla di fatto. La politica è sempre molto pronta a fare proclami, ma non sempre fa seguire i fatti. Per esempio, dei dieci punti annunciati ieri dal ministro Maroni, solo uno è divenuto subito operativo e si è tradotto in decreto-legge, mentre gli altri nove saranno attuati in futuro. Tra l’altro alcuni di questi sono puramente simbolici, senza nessuna funzionalità pratica: ad esempio, inserire la parola ‘ndrangheta nella norma del 416bis concretamente non serve a nulla. Bisognerà, inoltre, fare attenzione a come opererà questa nuova agenzia nazionale per i beni confiscati e bisognerà capire in che modo gli altri punti verranno messi in atto.
Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un inasprimento del contrasto, ormai tristemente abituale, tra politica e magistratura sui temi del loro rapporto reciproco e della riforma della giustizia. Qual è il suo pensiero riguardo a queste tematiche e, soprattutto, per quale motivo questa riforma è tanto discussa e “pericolosa” per la magistratura?
Innanzitutto, bisogna sottolineare che tutte le volte che il controllo di legalità va a toccare determinati contesti, allora quella stessa magistratura, che viene osannata quando consegue dei risultati in altri ambiti, viene visto come un nemico dalla politica.
Per quanto concerne le riforme, è chiaro che la magistratura ne ha bisogno come il pane; però non devono essere pensate in un’ottica punitiva: cioè, ben vengano le riforme, ma che non diventino un’occasione per limitare i poteri o l’autonomia della magistratura o per impedire che questa possa operare correttamente. Questo non rientra, credo, nell’interesse dei cittadini.
Parliamo per esempio del processo breve: io non sono contrario a questa riforma, ma penso che sia necessario innanzitutto mettere i magistrati nella condizione di poter svolgere questo tipo di processo e quindi fornirgli la possibilità di rispettare i tempi previsti.
Perciò, non si può procedere facendo solo annunci e proclami: tematiche così importanti non si possono affidare a dei banalissimi slogan.
Nel libro Lei accenna più volte ai cambiamenti avvenuti nel corso degli anni all’interno della magistratura, nella sua organizzazione e nelle sue priorità. Anche alla luce delle ultime decisioni del governo, ci può dire concretamente in che modo sono cambiati il lavoro della magistratura e gli strumenti a disposizione dei magistrati nella lotta alle mafie?
Io ritengo che il primo cambiamento, forse il più importante, ci sia stato dal punto di vista culturale; nel senso che la magistratura è entrata nell’idea che la lotta alla mafia sia una priorità. Poi dopo siamo stati forniti anche degli strumenti legislativi.
Per quanto riguarda i fatti degli ultimi giorni, a mio giudizio, si corre il rischio che dopo l’interesse momentaneo dei media, i magistrati si ritrovino con un nulla di fatto. La politica è sempre molto pronta a fare proclami, ma non sempre fa seguire i fatti. Per esempio, dei dieci punti annunciati ieri dal ministro Maroni, solo uno è divenuto subito operativo e si è tradotto in decreto-legge, mentre gli altri nove saranno attuati in futuro. Tra l’altro alcuni di questi sono puramente simbolici, senza nessuna funzionalità pratica: ad esempio, inserire la parola ‘ndrangheta nella norma del 416bis concretamente non serve a nulla. Bisognerà, inoltre, fare attenzione a come opererà questa nuova agenzia nazionale per i beni confiscati e bisognerà capire in che modo gli altri punti verranno messi in atto.
Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un inasprimento del contrasto, ormai tristemente abituale, tra politica e magistratura sui temi del loro rapporto reciproco e della riforma della giustizia. Qual è il suo pensiero riguardo a queste tematiche e, soprattutto, per quale motivo questa riforma è tanto discussa e “pericolosa” per la magistratura?
Innanzitutto, bisogna sottolineare che tutte le volte che il controllo di legalità va a toccare determinati contesti, allora quella stessa magistratura, che viene osannata quando consegue dei risultati in altri ambiti, viene visto come un nemico dalla politica.
Per quanto concerne le riforme, è chiaro che la magistratura ne ha bisogno come il pane; però non devono essere pensate in un’ottica punitiva: cioè, ben vengano le riforme, ma che non diventino un’occasione per limitare i poteri o l’autonomia della magistratura o per impedire che questa possa operare correttamente. Questo non rientra, credo, nell’interesse dei cittadini.
Parliamo per esempio del processo breve: io non sono contrario a questa riforma, ma penso che sia necessario innanzitutto mettere i magistrati nella condizione di poter svolgere questo tipo di processo e quindi fornirgli la possibilità di rispettare i tempi previsti.
Perciò, non si può procedere facendo solo annunci e proclami: tematiche così importanti non si possono affidare a dei banalissimi slogan.

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