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Per non dimenticare...


Non dimenticare

Quei fanciulli dagli occhi smarriti
raffigurano infamia del mondo,
tutti in fila con abiti lerci
nella neve ora girano in tondo.

Aggrappati a una rete ossidata
son derisi dai loro aguzzini,
hanno tutti lo sguardo implorante
e innocenza di dolci bambini.

Stesso sguardo rivedi ogni giorno
nei fanciulli di tutta la terra,
quando a loro è negata ogni gioia
ed agnelli son per la guerra.

Necessario non è rivedere
di sterminio l’immane tragedia,
basta andare nel mondo e guardare
i fanciulli morire d’inedia.

Essenziale non è ricordare
solamente Shoah cosa è stato,
c’è bisogno che ognuno dia voce
ad un bimbo che grida affamato.

( Michele Schiavone )




Disorientamento, confusione. Consapevolezza di non essere in grado di spiegare un argomento che storici ed esperti hanno stentato a definire con precisione, se non finendo nella più completa retorica. Difficoltà nel rapportarsi ad un fatto che, nella nostra memoria di giovani del XXI secolo, non è presente. Scrivere di temi così scottanti, così forti ed agghiaccianti da essere oggi ancora prepotentemente presenti, seppur passati, non è mai facile. E sicuramente non è facile, oggi 27 Gennaio, giornata che il Parlamento nel 2000 ha dedicato alla memoria, esprimere un pensiero sugli avvenimenti che rappresentano forse una delle più grandi atrocità del genere umano.

Avvenimenti che iniziarono la notte tra l’8 e il 9 novembre 1938, la “notte dei cristalli”, termine paradossale per consacrare la più grande tragedia dell’umanità, il momento in cui furono distrutte case, sinagoghe, negozi di ebrei, quando la presa di coscienza di una “soluzione finale” al problema ebraico era ormai presente e aveva iniziato il percorso verso la Shoah, l’annientamento: un esasperato antisemitismo verso la distruzione razionale e scientifica della razza ebraica, in nome di un folle orgoglio nazionalista.

Difficile definire quello che non si è vissuto, quegli otto anni lunghi e interminabili di lugubri fischi nelle notti invernali, di treni che giungevano alla loro triste destinazione- Auschwitz, Birkenau, Mathausen o Dachau- con il loro carico umano dopo un lento ed estenuante viaggio volto a realizzare una prima, feroce selezione: i più deboli, ammassati sui vagoni senza spazi vitali, erano destinati a soccombere. Scesi dai convogli, gli occhi colmi di terrore di quei sei milioni di ebrei morti nei campi di concentramento avevano letto le parole magiche “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi. I più deboli, sottoposti ad un’altra selezione, finivano nelle camere a gas dove morivano asfissiati, spesso sotto gli occhi delle SS che dall’esterno li guardavano. Tutto perfettamente studiato, una macchina crudele concepita dall’uomo per distruggere sé stesso.

Inutile tentare di descrivere a parole le condizioni in cui erano costretti a sopravvivere i pochi che ci riuscivano. Ne basta una:inferno.

Ci chiediamo perchè allora, oggi, ricordare, perchè tormentare la memoria facendo tornare a galla eventi che qualunque uomo che possa definirsi tale preferirebbe nascondere, seppellire sotto un manto di vergogna e di pentimento.

Semplicemente perchè, quelle persone morte a furia di torture, che non avevano altra speranza al di fuori di quel cielo libero e pulito sopra di loro, erano persone che vivevano come noi, che avevano una vita, una famiglia, degli amici. La Shoah non è una tragedia di un mondo e un’epoca lontani, è accaduta a gente come noi. Per questo dobbiamo impedire che vengano dimenticati, persi nei meandri della memoria del XXI secolo. Per questo noi dobbiamo creare una comprensione, una coscienza di massa. E anche se forse non saremo in grado di esprimere quello che per noi è qualcosa di lontano, l’unica cosa che possiamo fare è ricordare quelle persone morte a causa di un’ottusa presunzione di superiorità. Di una follia di massa. Solo ricordarle, senza cifre, senza numeri, senza dettagli. Solo con il cuore.

Fabiana Pirone, "Il Confronto"

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