Frammenti di vita di una gioventù senza paure
Un mazzo di fiori sul ciglio di una strada. Un pupazzo dal sorriso buffo nel freddo delle candele che riscaldano una grigia cappella. Una foto sbiadita in un portafoglio superfirmato. E urla silenziose, urla di dolore, di rabbia, contro il cielo, contro Dio o contro un capro espiatorio con cui fa comodo prendersela. E’ così che continuano a vivere i tanti giovani le cui vite sempre più frequentemente vengono spezzate prima del tempo, in appuntamenti al buio con il destino. E, la maggior parte delle volte, senza un motivo, non dico “giusto”, ma quanto meno valido. In un mondo in cui, invece di combatterla, sono gli uomini stessi, sprezzanti e beffardi, a correre a braccia aperte incontro alla morte. E allora ci rendiamo conto di respirare un’aria macchiata indelebilmente da episodi agghiaccianti, apriamo il giornale e sembra di leggere gli stessi toccanti articoli, accendiamo la televisione e ci sembra di vedere ancora, ancora e ancora lo stesso film horror. E invece non è un film. E’ la realtà del ventunesimo secolo, in cui la medicina combatte ogni giorno per cercare rimedi e vaccini contro le malattie più terribili (e fa piccoli passi che in realtà sono straordinari traguardi) e in cui, invece, il valore della vita sembra ormai perso, nascosto sotto un cumulo di polvere e di sangue. Una realtà tangibile, una realtà che ci sembra lontana, ma che invece ci tocca molto da vicino… e che in questi giorni ci ha offerto uno spietato esempio della sua crudeltà. Antonio C., studente al primo anno della facoltà di economia, un ragazzo che la maggior parte di noi conosce personalmente, semplice, frizzante, simpatico, un ragazzo, come si dice, “di cuore”… un ragazzo che ha rischiato la vita. Doveva essere una serata come tutte quella in cui Antonio ha deciso di andare ad una delle tante feste organizzate dai ragazzi del liceo Classico A.Diaz, e che invece si è trasformata in un incubo. All’uscita di un locale di Somma Vesuviana Antonio è stato accolto da un gruppo di ragazzi che, senza un apparente motivo, lo hanno aggredito con violenze fisiche e verbali; dopo pochi minuti la situazione è degenerata, ed in un caos generale Antonio ha ricevuto due coltellate al fianco destro. Nulla hanno potuto fare i ragazzi che in tutti i modi cercavano di difenderlo, e che non sono riusciti a placare la rissa. Chiamata l’ambulanza, Antonio, quasi privo di sensi, è stato portato all’ospedale San Giovanni Bosco dove gli è stata riscontrata un’emorragia interna e dove, nel cuore della notte, è stato operato d’urgenza. Le parole del medico sono state chiare: pochi centimetri più su e per Antonio ci sarebbe stato poco da fare. Oggi tutto si è risolto per il meglio, Antonio è circondato dai suoi splendidi genitori, dalla sorella e da tutti gli amici che spaventati e al tempo stesso sollevati non gli fanno mancare niente, e a breve sarà dimesso e potrà tornare a casa. Un episodio che ha lasciato tutti i giovani, ottavianesi e non, spaventati e sconvolti soprattutto dal fatto che la mano da cui è partito il colpo è probabilmente quella di un ragazzo neanche maggiorenne, che purtroppo non è stato ancora individuato. Ma che soprattutto spinge a domandarsi dove siamo, che cosa sta succedendo al mondo, e quando finiremo di assistere a eventi del genere;e porta a fermarsi un secondo, a scendere per un attimo da questo treno frenetico e sempre in corsa qual è ormai la nostra vita, e a riflettere. A guardarsi intorno, a divenire consapevoli di quanto sia ormai contaminata l’aria che respiriamo e la terra che calpestiamo. Questo, come tanti altri, è un episodio che non può passare inosservato, che non può essere cancellato dal silenzio o dall’indifferenza. Perché si fa tanto per combattere la guerra, per rivendicare il diritto all’esistenza di persone innocenti, per dipingere una pace in cui globalizzazione non significa solo interessi economici internazionali ma anche e soprattutto una convivenza giusta e cooperativa tra gli stati, per spegnere con la foce dell’uguaglianza la fiamma del razzismo, e poi la prima forma di discriminazione è fatta per il colore di una maglietta. In un mondo in cui è diventato normale ciò che invece non lo è per niente. Perchè non è normale che la violenza sia ormai la più diffusa, se non l’unica forma di comunicazione e di interazione tra i ragazzi di oggi, in cui non esiste un confronto costruttivo che non termini necessariamente con la vittoria imposta e imprescindibile dell’uno o dell’altro, a qualunque costo. Rassegnarsi a questo genere di realtà significa firmare la condanna dell’uomo, significa cominciare un cammino in discesa verso la distruzione totale. E non ci si può rassegnare, non dopo gli insegnamenti di quelle persone che sono morte per difendere ideali che oggi, invece di concretizzarsi, sono rimasti tali. Questa non è altro che un’ulteriore denuncia di qualcuno che a rassegnarsi, ad accettare questo mondo proprio non ci riesce. Una voce isolata che da sola serve a ben poco, ma che unita ad altre può diventare un coro e farsi sentire. E può, nel suo piccolo, aiutare a ricercare e a ridare importanza al valore nascosto che invece è il più importante da difendere, il dono più grande che ognuno di noi ha ricevuto e il diritto più indispensabile da rivendicare….ad ogni costo.
Fabiana Pirone
Un mazzo di fiori sul ciglio di una strada. Un pupazzo dal sorriso buffo nel freddo delle candele che riscaldano una grigia cappella. Una foto sbiadita in un portafoglio superfirmato. E urla silenziose, urla di dolore, di rabbia, contro il cielo, contro Dio o contro un capro espiatorio con cui fa comodo prendersela. E’ così che continuano a vivere i tanti giovani le cui vite sempre più frequentemente vengono spezzate prima del tempo, in appuntamenti al buio con il destino. E, la maggior parte delle volte, senza un motivo, non dico “giusto”, ma quanto meno valido. In un mondo in cui, invece di combatterla, sono gli uomini stessi, sprezzanti e beffardi, a correre a braccia aperte incontro alla morte. E allora ci rendiamo conto di respirare un’aria macchiata indelebilmente da episodi agghiaccianti, apriamo il giornale e sembra di leggere gli stessi toccanti articoli, accendiamo la televisione e ci sembra di vedere ancora, ancora e ancora lo stesso film horror. E invece non è un film. E’ la realtà del ventunesimo secolo, in cui la medicina combatte ogni giorno per cercare rimedi e vaccini contro le malattie più terribili (e fa piccoli passi che in realtà sono straordinari traguardi) e in cui, invece, il valore della vita sembra ormai perso, nascosto sotto un cumulo di polvere e di sangue. Una realtà tangibile, una realtà che ci sembra lontana, ma che invece ci tocca molto da vicino… e che in questi giorni ci ha offerto uno spietato esempio della sua crudeltà. Antonio C., studente al primo anno della facoltà di economia, un ragazzo che la maggior parte di noi conosce personalmente, semplice, frizzante, simpatico, un ragazzo, come si dice, “di cuore”… un ragazzo che ha rischiato la vita. Doveva essere una serata come tutte quella in cui Antonio ha deciso di andare ad una delle tante feste organizzate dai ragazzi del liceo Classico A.Diaz, e che invece si è trasformata in un incubo. All’uscita di un locale di Somma Vesuviana Antonio è stato accolto da un gruppo di ragazzi che, senza un apparente motivo, lo hanno aggredito con violenze fisiche e verbali; dopo pochi minuti la situazione è degenerata, ed in un caos generale Antonio ha ricevuto due coltellate al fianco destro. Nulla hanno potuto fare i ragazzi che in tutti i modi cercavano di difenderlo, e che non sono riusciti a placare la rissa. Chiamata l’ambulanza, Antonio, quasi privo di sensi, è stato portato all’ospedale San Giovanni Bosco dove gli è stata riscontrata un’emorragia interna e dove, nel cuore della notte, è stato operato d’urgenza. Le parole del medico sono state chiare: pochi centimetri più su e per Antonio ci sarebbe stato poco da fare. Oggi tutto si è risolto per il meglio, Antonio è circondato dai suoi splendidi genitori, dalla sorella e da tutti gli amici che spaventati e al tempo stesso sollevati non gli fanno mancare niente, e a breve sarà dimesso e potrà tornare a casa. Un episodio che ha lasciato tutti i giovani, ottavianesi e non, spaventati e sconvolti soprattutto dal fatto che la mano da cui è partito il colpo è probabilmente quella di un ragazzo neanche maggiorenne, che purtroppo non è stato ancora individuato. Ma che soprattutto spinge a domandarsi dove siamo, che cosa sta succedendo al mondo, e quando finiremo di assistere a eventi del genere;e porta a fermarsi un secondo, a scendere per un attimo da questo treno frenetico e sempre in corsa qual è ormai la nostra vita, e a riflettere. A guardarsi intorno, a divenire consapevoli di quanto sia ormai contaminata l’aria che respiriamo e la terra che calpestiamo. Questo, come tanti altri, è un episodio che non può passare inosservato, che non può essere cancellato dal silenzio o dall’indifferenza. Perché si fa tanto per combattere la guerra, per rivendicare il diritto all’esistenza di persone innocenti, per dipingere una pace in cui globalizzazione non significa solo interessi economici internazionali ma anche e soprattutto una convivenza giusta e cooperativa tra gli stati, per spegnere con la foce dell’uguaglianza la fiamma del razzismo, e poi la prima forma di discriminazione è fatta per il colore di una maglietta. In un mondo in cui è diventato normale ciò che invece non lo è per niente. Perchè non è normale che la violenza sia ormai la più diffusa, se non l’unica forma di comunicazione e di interazione tra i ragazzi di oggi, in cui non esiste un confronto costruttivo che non termini necessariamente con la vittoria imposta e imprescindibile dell’uno o dell’altro, a qualunque costo. Rassegnarsi a questo genere di realtà significa firmare la condanna dell’uomo, significa cominciare un cammino in discesa verso la distruzione totale. E non ci si può rassegnare, non dopo gli insegnamenti di quelle persone che sono morte per difendere ideali che oggi, invece di concretizzarsi, sono rimasti tali. Questa non è altro che un’ulteriore denuncia di qualcuno che a rassegnarsi, ad accettare questo mondo proprio non ci riesce. Una voce isolata che da sola serve a ben poco, ma che unita ad altre può diventare un coro e farsi sentire. E può, nel suo piccolo, aiutare a ricercare e a ridare importanza al valore nascosto che invece è il più importante da difendere, il dono più grande che ognuno di noi ha ricevuto e il diritto più indispensabile da rivendicare….ad ogni costo.
Fabiana Pirone

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